Ecco un racconto fresco fresco, High Air.
Penso si possa definirlo un racconto “d’azione”, ma non ne sarei sicuro. Di sicuro non è fantasy - o sì? XD
Ringrazio il Duca per l’ennesima lettura (e commenti in rosso), i suggerimenti e il suo aiuto di lettore-acido pronto ad insultare lo scrittore che ha scritto una porcata - con tutto il diritto.
Potete leggere il racconto in pdf o in html. Per il pdf, dovete andare alla Lista dei racconti e cliccare sul primo racconto (ovvero l’ultimo pubblicato), High Air. Per leggere la versione html, basta cliccare qui. L’html però fa decisamente schifo, rispetto al pdf. È mille volte più leggero, da caricare, sì, ma senza impaginatura e raffinatezze varie… io consiglio il pdf. L’importante però è che si legga.
Buona lettura!
Ho appena finito di leggere Mondo senza fine, e il titolo è più che adatto al romanzo. Senza fine.
Dovrebbe essere una continuazione dei Pilastri della terra, ma effettivamente non vedo come possa ricollegarsi, escluso lo scenario di sfondo e le lontane parentele con i protagonisti del libro precedente.
Io non conosco Follett se non per i Pilastri, dunque non posso dare un parere su di lui, non posso dire se è migliorato, peggiorato o chessoìo.
Tuttavia riconosco nel romanzo alcune componenti che lo fanno stare in piedi da solo. La complessità dello scenario, dal punto di vista politico ed economico, per esempio. Ma Follett si sofferma troppo a descrivere, raccontare, spiegare, illustrare la condizione: crede che in questo modo possa far capire meglio al lettore i problemi e le motivazioni di alcuni personaggi. Ma è inutile, perché il lettore (o almeno io), preso dalla storia, poco se ne frega della condizione dei campi, dei contadini e dei relativi problemi legali ed economici, che influiscono sulla trama non più di tanto e che possono benissimo essere spiegati in poche parole.
I personaggi sono ben caratterizzati - sebbene, come accadeva spessissimo nei Pilastri, Follett ne descrive alcuni mediante similitudini con animali, e se la cosa può sembrare carina all’inizio, si rivela una debolezza e una scocciatura dopo. Ci si affeziona ai protagonisti, ovviamente, che non risultano stupidi o poco credibili - a parte alcuni atteggiamenti idioti di Caris nei confronti di Merthin, ma che sono del tutto giustificati per il fatto che è donna. Ralph mi sembra (forse lo è a tutti gli effetti) un secondo William dei Pilastri, cattivo, aggressivo, e c’è una specie di dualismo Ralph-Gwenda che è simile a William-Aliena. Anche Merthin, alla fine, risulta essere Jack.
In Mondo senza fine ciò che fa andare avanti la storia è la Τύχη. Si presenta la situazione: il buono ha un progetto benigno, il cattivo uno maligno: ognuno cerca di avere successo, ma il cattivo in qualche modo ha la Fortuna dalla sua parte, e il romanzo procede in una serie di Problemi, che si pongono davanti ai personaggi (cattivi e soprattutto buoni), i quali sottostanno, stoici, ma questi stessi personaggi risolvono talvolta i problemi nel modo più semplice (ricorrendo per esempio all’omicidio), ma ogni qualvolta il mezzo possa sembrare un po’ immorale, viene giustificato dal fine etico. Allora l’autore distribuisce nelle menti dei buoni sempre e solo scelte difficili, e quando non sa come andare avanti fa cambiare loro idea. Tuttavia, sebbene sia proprio il conflitto che fa andare avanti le storie della letteratura di tutto il globo terracqueo, in Mondo senza fine i Problemi arrivano nel mezzo del cammino dei protagonisti così, come se Dio mettesse ogni volta il bastone tra le ruote con tanto di pernacchia. In una parola, il conflitto, nel romanzo, risulta macchinoso. Censurando un nome per pericolo di anticipazioni, ecco un esempio di deus ex machina:
Ralph guardò **** che allattava il bambino piangendo. Quindici anni, alta a stento cinque piedi, si frapponeva come le mura di un castello tra lui e il futuro che aveva sempre sognato.
La odiava.
Siamo a pagina 1048: accanto al paragrafo ho riportato, sempre in matita: “Pretesto improvviso per far andare avanti la storia“. Non ho visto male. Difatti, a pagina 1059, ecco cosa leggo (e annoto):
Ralph incrociò lo sguardo di Alan, che era curioso di sentire che cosa avrebbe risposto. Sospirò. «Mia moglie è molto malata [ovviamente non lo è]» disse. «Non vivrà a lungo.»
Lo scopo era eliminare un personaggio, Follett a pagina 1048 getta il seme della macchinosità, e a pagina 1059 è germogliato. Se non volete avere anticipazioni significative, saltate il paragrafo seguente.
Ralph è rude, assassino e stupratore, e ha sposato una ragazzina, quindicenne, che non lo ama. Cosa può volere di più? Ralph, come William dei Pilastri, gode nel chiavare donne che lo odiano, lo disprezzano e lo temono. Che senso ha uccidere la nuova giovane moglie? Solo per fare un favore a zio Ken, ovvio.
Senza dubbio l’intreccio è ben architettato, o comunque non risulta noioso. I colpi di scena consistono in figli illegittimi, morti, situazioni socio-politiche rivoltate, ecc.
Dopo tutto, non è il colpo di scena in sé l’arma del romanzo, quanto la voglia di far finire i problemi. E questo è più che comprensibile: il romanzo è inutilmente lungo. L’autore si prende spazio tra le pagine per far fuori uno dopo l’altro i problemi, inserendo una difficoltà dopo l’altra cui segue un evento risolutivo. In realtà, gli eventi possono anche restare così, il problema principale è il narratore. Tralasciando i troppi avverbi, i dialoghi talvolta piatti ma per fortuna mai irreali, i problemi principali di Follett sono la lungaggine, l’inforigurgito, il riassunto non richiesto.
Ho sottolineato alcuni punti, troppi; ne pesco solo alcuni e li riporto qui:
Il sole si alzava dietro il fiume, gettando raggi obliqui di luce dorata sui tetti di Kingsbridge. Caris osservò i segni lasciati sulla città da sette mesi di peste. Da quell’altezza si vedevano i varchi nelle file di case, come denti marci. I crolli erano comuni, visto che gli edifici erano di legno e bruciavano negli incendi, o si abbattevano a causa della pioggia, della vecchiaia o dei difetti di costruzione. Il problema, adesso,
era che nessuno li riparava più. Quando una casa crollava, i suoi abitanti si trasferivano semplicemente in un’altra, scelta fra quelle abbandonate. L’unico che ancora costruiva qualcosa era Merthin, considerato un folle ottimista con troppi soldi da spendere.
Il sermone continua per molte altre righe, segue un po’ di dialogo morale, e si continua con la storia. Quel brano citato secondo me non va bene per due motivi. Rallenta il racconto, è inutile, e ribadisce concetti ultra triti, concetti che Follett ostenta come se avesse studiato, quando in realtà - come sostiene nei Ringraziamenti - si è circondato di medievalisti e ha fatto fare ricerche a una specie di azienda che fa ricerche, la Research for writers di New York. Gli studenti italiani studiano il Medioevo, la peste bubbonica, il culto per la Vergine che si fa largo in quel periodo (anche la peste di Atene narrata da Tucidide), e il concetto di capro espiatorio come la caccia agli ebrei o le processioni di flagellanti. Sarà che tutta questa ostentazione è ridicola?
Proseguendo, ecco un esempio di riassunto non richiesto:
In un batter d’occhio, Gwenda si sentì riportare indietro nel tempo di dodici anni. Quel che le tornò alla mente con tanta nitidezza da farle venire le lacrime agli occhi fu il ricordo della speranza che le aveva scaldato il cuore quella mattina a Northwood, quando con la famiglia si era inoltrata nella foresta verso Outhenby e una nuova vita. (…)
Continua per altre righe, che vi risparmio, fino ad occupare metà della pagina successiva. E tutto questo è un riassunto di una serie di eventi accaduti non troppe pagine prima. Ma ammesso che la cosa fosse accaduta all’inizio del romanzo, il riassunto in fin dei conti non serve, e non è altro che un riempimento, come in tanti altri punti disseminati per ogni pagina. L’unica possibilità che mi è venuta, a dire il vero un po’ audace, riguardo a questa stranezza, è che l’autore non abbia preparato uno schema ben definito degli eventi (mi sembra improbabile) e che, con questi suoi continui riassunti, introspezioni e focalizzazione zero, voglia raccapezzarsi e mettere in chiaro le idee per se stesso. Si deve notare, infatti, che il Folletto finge di usare una focalizzazione esterna, poi riporta in forma dialogica i pensieri del personaggio focalizzato nel paragrafo, ma non esita nel descrivere l’animo e gli intenti di un altro personaggio - di norma, se sfrutti il punto di vista di un personaggio, ne sai quanto lui e non puoi prevedere cosa stia tramando l’altro, né puoi catturarne tutte le sfaccettature psicologiche in un istante. Vuole insomma raccontare tutto e sebbene in qualche modo riesca anche a mostrare, ha il brutto vizio di spiegare tutto ciò che accade, come se fosse insicuro o come se trattasse il lettore da idiota.
Infine, il romanzo si apre con un misterioso evento, un cavaliere inseguito, che possiede una lettera pericolosissima ecc. Si fa tanta leva su questo, i personaggi vi danno tanta importanza, persino il narratore, ma alla fine non serve a niente. Non è misterioso, il narratore descrive in modo complicato la situazione e la riassume però efficacemente alla fine del romanzo, e ciò nonostante si rivela comunque una chiave per risolvere l’ultimo problema. Ma, a mio modesto avviso, il mistero della lettera e tutte le menate varie potevano benissimo non esistere.
Il romanzo, per concludere, presenta personaggi, sfondo ed eventi molto interessanti. La voglia di seguire c’è ma spesso, per colpa di lungaggini inutili, sopraggiunge la noia e diminuisce la volontà del lettore di non staccare gli occhi dalla pagina. Nel complesso, è un bel romanzo che sarebbe potuto essere migliore con poco.
Molti arrivano a questo blog cercando “come scrivere un romanzo”. Peccato nessuno scriva “come scrivere un romanzo decente”.
Se sapessi come scrivere un romanzo decente, di sicuro sarei ricco perché avrei pubblicato tonnellate di best-seller, o comunque di sicuro non starei a sbandierarlo in pubblico.Ma dato che da alcuni giorni ho abbastanza tempo per me, ho cominciato (continuato) a scrivere un romanzo su cui stavo lavorando di scaletta. E ho pensato che sarebbe bello dire che “metodo” uso, come scrivo ecc.
Cominciai a scrivere questo romanzo l’estate scorsa. Non avevo una scaletta precisa, ma molte idee. Scrissi di getto, arrivando a 40 pagine circa (non ricordo quante cartelle). Mi allontanai quindi dal lavoro per colpa di altri impegni. Ripresi, scrivendo altre 20 pagine. Un totale di 60. Guardavo indietro alle altre pagine e mi dicevo: “Hm, non male”, però non ero soddisfatto. Allora cosa ho fatto?
Ho distrutto tutte le 60 pagine e ho ricominciato il romanzo in medias res. Avevo notato che la storia era noiosa, all’inizio, e appassionava soltanto me. Sapevo che a qualsiasi altro lettore sarebbero cadute le palle (o le ovaie).
Ho cominciato a narrare gli eventi a partire dalla fine del vecchio frammento - ovvero dove mi ero fermato. Tutto quel malloppo, infatti, non era colmo di eventi particolarmente interessanti, o meglio, erano essenziali alla trama e significativi, ma non potevo portare allo stesso livello il tempo della storia e tempodel racconto: non ne valeva la pena. In una scena ho approfittato a riassumere quelle 60 pagine in una mezza pagina con un “abile” discorso diretto da parte del protagonista.
Questo cosa mi ha fatto imparare? Che bisogna essere sempre pronti a rinunciare a ciò che si è scritto, cestinarlo se necessario, riscrivere, sempre con più grinta.
All’inizio del romanzo non avevo una scaletta, poi ne ho creata una (dopo la cancellazione delle 60 pagine), indicando gli eventi principali dividendo e nominando tutta l’opera in quattro parti. Quindi ho cominciato a scrivere un riassunto per ogni parte… ho cominciato con la prima. Non mi ha convinto. Mi sono scervellato.
L’ho cestinata.
Ieri ho scritto una ventina di pagine come input, per dare una carica alla molla e far partire la trama - e questo è stato più produttivo di qualsiasi riassunto organizzativo. Non sarei mai riuscito a scrivere 20 pagine con una scaletta perché, sebbene aiuti, ti dà un inizio e una fine, ma tu non sai cosa c’è in mezzo, e ti blocchi. In compenso, scrivere sapendo a mala pena da dove cominciare, ti porterà a non sapere dove andrai a finire.
Ma il fatto è: non esistono tecniche specifiche, soluzioni migliori o peggiori. Sono sempre più convinto che la parte più divertente del “lavoro” (non retribuito) dello scrittore consista in una serie di scelte. Nel film Vero come la finzione, la scrittrice (pazza, tutta particolare, interessante) non sa come far morire un suo personaggio, allora va con la manager dapprima in un pronto soccorso, alla ricerca di moribondi, poi nei pressi di un cavalcavia, sotto la pioggia, osservando le macchine e cercando di capire come potrebbe morire il suo protagonista. Uno scrittore scioglie i nodi in questo modo, quando ha un problema escogita un metodo non convenzionale per risolverlo. Ecco perché i manuali di scrittura creativa non servono. Loro alla fine ti fanno riciclare tutto ciò che scrivi, quando la morale della favola è una sola:
tutto ciò che hai scritto fino ad ora è merda.
È difficile da accettare, ma una volta accettata questa possibilità, si è già un passo avanti, si studiano i consigli dati dai lettori (possibilmente gente competente, o almeno che sappia riconoscere un dialogo fintissimo da uno plausibile, e tutte le altre “banalità”), e ci si migliora. Si scriverà qualcosa di buono, ma non sarà ancora abbastanza. Non sarà mai abbastanza, per questo bisogna sempre migliorarsi. Gli scopi che io mi prefiggo sono i seguenti:
Scrivere in un modo che catturi il lettore: l’abilità tecnica, seppur non a livelli di virtuosismi, non lascia insoddisfatto il lettore, che inconsciamente la riconosce e la apprezza, e si sente soddisfatto a metà, se la storia fa cagare.
Raccontare una storia che abbia uno scopo: non è possibile inventare storie originalissime senza cadere nell’inverosimile. I Promessi Sposi sono verosimili, Come Dio comanda non lo è poi tanto, si nota infatti la presenza del dio macchinoso. Le storie possono non essere originali, ma devono far pensare, piangere, ridere, spaventare il lettore. Se lo lasciano indifferente, sorge una giusta domanda nel lettore: “embe’?” E questo porta lo scrittore a chiedersi: “Ma che cazzo ho scritto?“
Ho una certa esperienza nel campo della scrittura, dei racconti ecc. Questo equivale a dire: ho scritto la mia bella dose di cacca (comincio a censurarmi ☺), ora posso cominciare a scrivere come si deve.
Col tempo credo di aver sperimentato tutto ciò che di peggio si possa ottenere dalla scrittura. Banalità, errori di grammatica, errori di trama, cliché, touché, volèe, ecc. Quindi, in breve, posso essere capace di esporre il mio metodo.
Il metodo!
Ho o no la scaletta, non importa: io ho un’idea. So come si evolverà, e all’orizzonte intravedo il finale (che, come sempre accade, sarà diverso da come l’avevo immaginato). Comincio a scrivere. È inutile perdere tempo: la scaletta, gli appunti e compagnia si scrivono per gestire meglio una situazione in cui si è trovato il blocco. Una storia infatti può anche essere lineare, senza che richieda il bisogno di mille particolarità annotate da consultare in ogni momento. Dopo aver scritto un po’, mi fermo solo quando la scena è temporalmente finita. Questo mi influenza molto. Posso lasciare in sospeso una scena, riprendere il giorno dopo, finirla in due righe, e poi aver bisogno di un altro giorno o comunque di qualche ora per poter scrivere (decentemente) la scena successiva. Mi immedesimo nella storia e mi risulta difficile continuare a creare nuovi scenari, situazioni e stati d’animo del tutto diversi. Credo sia una cosa buona. Ricontrollo a caldo ciò che ho scritto. Questo presuppone che durante la scrittura non mi sia lasciato sfuggire che il protagonista a pag 10 impugnava una spada e a pag 12 l’Infuocata Lancia del Destino solo perché mi fa comodo. Ma questo è da dilettanti: se si fa un errore simile, bisogna fare un po’ più esperienza o rileggere con attenzione il racconto a freddo. Certo, i piccoli particolari possono sfuggire anche ai migliori, eh. Ricontrollo a freddo ciò che ho scritto. Questo significa dopo un giorno o due - se si parla di un racconto. Se si parla di un romanzo, però, bisogna saper tenere man mano sott’occhio tutte le scene, in modo che nessuna risulti troppo instabile nella trama, e questo si può fare solo durante la stesura. Getterò un’ultima occhiata a romanzo finito, forse, ma la revisione a freddo va fatta dopo un po’ di tempo, e in questo tutti concordano - ahimè, anche i manuali di scrittura.
Tuttavia, il “metodo” esistente, insegnato dai corsi di scrittura e similia è approssimativo: lo scrittore agisce per conto suo, ciò che conta è il risultato, dunque si potrebbe dire che il fine giustifica i mezzi.
Questo è solo il mio parere, ma non credo di essere tanto distante dalla verità.
Amen. ☺
Il Fantasy classico è quello che presenta uno sfondo medievale o pseudo-medievale. Lo conosciamo tutti, soprattutto chi ne è stato testimone, negli anni ‘80-’90, in cui si alternava il fantasy allo storico (Mago Merlino e Artù, Robin Hood, Fantaghirò…).
Quando sostengo che il Fantasy possa derivare dal romanticismo, credo di non errare dato che, come ho avuto modo di scrivere più di qualche volta, alcuni elementi che costituiscono la letteratura romantica sono epoca e luogo alternativi, privilegiando la Grecia classica o il Medioevo degli eroi come epoca, il lontano Oriente come luogo. Ma il romanticismo è caratterizzato anche - e soprattutto - dal nero, dall’ombra, dai mostri e dalla Bestia per eccellenza, dalla vaghezza di suoni e visioni, ovvero la luce che filtra da una finestra nell’oscurità, o il richiamo di qualche animale che echeggia nella notte. Dall’irreale, il misterioso, l’onirico.
Chiusa questa parentesi, il medioevo è spesso presente nei romanzi fantasy moderni, sebbene non manchino altri archetipi di epoche differenti, da cui generi come lo Steam, il Med, ecc.
È un po’ difficile però parlare di coerenza storica col fantasy.
Si può creare infatti un’ambientazione tipicamente medievale ma che presenti elementi che “stonano” col resto. Per esempio, un cavaliere con una spada laser. Ha il suo fascino immaginare questi individui che, vestiti con maglia di ferro e mantello, davanti alle mura di una fortezza, vanno a uccidere le creature che infestano il regno mozzando loro la testa con la spada laser. Ci deve essere però una spiegazione a tale stranezza - e se invece tali stranezze abbondano, potrebbero rivoltare il genere, facendolo diventare fantascienza, magari.
Ma l’autore coerente, a mio parere, dovrebbe saper dosare le stramberie o perlomeno giustificarle.
Tuttavia, capita spesso di avere a che fare con fantasy semplicemente medievaleggianti, utopici e con l’aggiunta di elementi fantastici. Credo che sarebbe giusto per l’autore documentarsi riguardo all’archetipo di mondo che userà per le sue storie. Difatti ci sono parecchi “errori” e stonature nei mondi medievali illustrati da molti autori - sebbene sia diritto dell’autore rivendicare la sua ambientazione e infischiarsene delle critiche sterili, come questa. Benché si stia illustrando un mondo cronologicamente lontano dal nostro, la società e il pensiero degli uomini e delle donne non potrà mai essere simile al nostro. L’unica cosa su cui non c’è alcun dubbio è la natura universale dell’uomo, una φύσις comune a tutti, che caratterizza l’essere umano: egli, per esempio, è sempre portato alla speranza, e non compie mai alcuna azione sapendo che potrebbe fallire. Così, principi come la vita e la morte, la giustizia e la religione possono essere intuite e rappresentate facilmente nel mondo inventato.
Tuttavia esistono certi caratteri tipici del medioevo che molti autori ignorano.
Per fare alcuni esempi, nel medioevo la distinzione di classi era una cosa molto importante, al punto che è in questo periodo che nascono quei riti di buon comportamento nei confronti degli ospiti, la cortesia, ecc. Viene presa sul serio la parola dell’individuo, e il giuramento è di quanto più sacro ci sia, al punto che un cavaliere arriva a chiudere un occhio e giurare di non riaprirlo finché non avrà portato a termine la sua impresa. Allo stesso modo, i riti rivestono un’importante funzione, nel lutto o nella politica. E la mente dell’uomo medievale è paragonabile a quella di un bambino, ricca di pathos, di sentimenti profondi; la vita comunitaria medievale (a differenza della solitaria vita moderna) induceva quella gente a vivere tutti gli eventi in comune intimità, si soffriva e si gioiva insieme.
Non è difficile capire come mai nel mondo moderno non ci siano più principi, sogni, onore…
Personalmente, appoggio la cultura libera. Per quanto incompleta, la ricerca di informazioni su internet, se fatta bene, può rivelarsi migliore di un giro in biblioteca (se poi si vive in un paese piccolo come il mio, in cui la biblioteca fa pena, la ricerca su internet è l’unico mezzo disponibile). Non esistono informazioni privilegiate, l’importante, secondo me, è che siano giuste. Un corso sul medioevo allegato a Topolino, se contiene informazioni vere, ha più dignità di un qualsiasi opuscolo pubblicitario pieno di menzogne. Così documentari, film, ecc., se contengono le giuste informazioni, sono un utile mezzo per chi si vuole informare.
Secondo me, lo scrittore fantasy che vuole ambientare le sue storie nel medioevo può anche stravolgere l’ambientazione-archetipo, a patto che sia a conoscenza di ciò che sta stravolgendo.
Documentarsi è importante, anche se ciò su cui ci si documenterà non verrà sfruttato. A riguardo posso consigliare Autunno del medioevo, di Johan Huizinga, un testo molto interessante sull’età di mezzo. Non è l’unico, ce ne sono molti alla portata di tutti, più leggeri, ma se letto con interesse, Autunno del medioevo non deluderà. ☺
Molti arrivano a questo blog cercando “come scrivere un romanzo”. Peccato nessuno scriva “come scrivere un romanzo decente”.
Se sapessi come scrivere un romanzo decente, di sicuro sarei ricco perché avrei pubblicato tonnellate di best-seller, o comunque di sicuro non starei a sbandierarlo in pubblico.
Ma dato che da alcuni giorni ho abbastanza tempo per me, ho cominciato (continuato) a scrivere un romanzo su cui stavo lavorando di scaletta. E ho pensato che sarebbe bello dire che “metodo” uso, come scrivo ecc.
Cominciai a scrivere questo romanzo l’estate scorsa. Non avevo una scaletta precisa, ma molte idee. Scrissi di getto, arrivando a 40 pagine circa (non ricordo quante cartelle). Mi allontanai quindi dal lavoro per colpa di altri impegni. Ripresi, scrivendo altre 20 pagine. Un totale di 60. Guardavo indietro alle altre pagine e mi dicevo: “Hm, non male”, però non ero soddisfatto. Allora cosa ho fatto?
Ho distrutto tutte le 60 pagine e ho ricominciato il romanzo in medias res. Avevo notato che la storia era noiosa, all’inizio, e appassionava soltanto me. Sapevo che a qualsiasi altro lettore sarebbero cadute le palle (o le ovaie).
Ho cominciato a narrare gli eventi a partire dalla fine del vecchio frammento - ovvero dove mi ero fermato. Tutto quel malloppo, infatti, non era colmo di eventi particolarmente interessanti, o meglio, erano essenziali alla trama e significativi, ma non potevo portare allo stesso livello il tempo della storia e tempodel racconto: non ne valeva la pena. In una scena ho approfittato a riassumere quelle 60 pagine in una mezza pagina con un “abile” discorso diretto da parte del protagonista.
Questo cosa mi ha fatto imparare? Che bisogna essere sempre pronti a rinunciare a ciò che si è scritto, cestinarlo se necessario, riscrivere, sempre con più grinta.
All’inizio del romanzo non avevo una scaletta, poi ne ho creata una (dopo la cancellazione delle 60 pagine), indicando gli eventi principali dividendo e nominando tutta l’opera in quattro parti. Quindi ho cominciato a scrivere un riassunto per ogni parte… ho cominciato con la prima. Non mi ha convinto. Mi sono scervellato.
L’ho cestinata.
Ieri ho scritto una ventina di pagine come input, per dare una carica alla molla e far partire la trama - e questo è stato più produttivo di qualsiasi riassunto organizzativo. Non sarei mai riuscito a scrivere 20 pagine con una scaletta perché, sebbene aiuti, ti dà un inizio e una fine, ma tu non sai cosa c’è in mezzo, e ti blocchi. In compenso, scrivere sapendo a mala pena da dove cominciare, ti porterà a non sapere dove andrai a finire.
Ma il fatto è: non esistono tecniche specifiche, soluzioni migliori o peggiori. Sono sempre più convinto che la parte più divertente del “lavoro” (non retribuito) dello scrittore consista in una serie di scelte. Nel film Vero come la finzione, la scrittrice (pazza, tutta particolare, interessante) non sa come far morire un suo personaggio, allora va con la manager dapprima in un pronto soccorso, alla ricerca di moribondi, poi nei pressi di un cavalcavia, sotto la pioggia, osservando le macchine e cercando di capire come potrebbe morire il suo protagonista. Uno scrittore scioglie i nodi in questo modo, quando ha un problema escogita un metodo non convenzionale per risolverlo. Ecco perché i manuali di scrittura creativa non servono. Loro alla fine ti fanno riciclare tutto ciò che scrivi, quando la morale della favola è una sola:
tutto ciò che hai scritto fino ad ora è merda.
È difficile da accettare, ma una volta accettata questa possibilità, si è già un passo avanti, si studiano i consigli dati dai lettori (possibilmente gente competente, o almeno che sappia riconoscere un dialogo fintissimo da uno plausibile, e tutte le altre “banalità”), e ci si migliora. Si scriverà qualcosa di buono, ma non sarà ancora abbastanza. Non sarà mai abbastanza, per questo bisogna sempre migliorarsi. Gli scopi che io mi prefiggo sono i seguenti:
Scrivere in un modo che catturi il lettore: l’abilità tecnica, seppur non a livelli di virtuosismi, non lascia insoddisfatto il lettore, che inconsciamente la riconosce e la apprezza, e si sente soddisfatto a metà, se la storia fa cagare.
Raccontare una storia che abbia uno scopo: non è possibile inventare storie originalissime senza cadere nell’inverosimile. I Promessi Sposi sono verosimili, Come Dio comanda non lo è poi tanto, si nota infatti la presenza del dio macchinoso. Le storie possono non essere originali, ma devono far pensare, piangere, ridere, spaventare il lettore. Se lo lasciano indifferente, sorge una giusta domanda nel lettore: “embe’?” E questo porta lo scrittore a chiedersi: “Ma che cazzo ho scritto?“
Ho una certa esperienza nel campo della scrittura, dei racconti ecc. Questo equivale a dire: ho scritto la mia bella dose di cacca (comincio a censurarmi ☺), ora posso cominciare a scrivere come si deve.
Col tempo credo di aver sperimentato tutto ciò che di peggio si possa ottenere dalla scrittura. Banalità, errori di grammatica, errori di trama, cliché, touché, volèe, ecc. Quindi, in breve, posso essere capace di esporre il mio metodo.
Il metodo!
Ho o no la scaletta, non importa: io ho un’idea. So come si evolverà, e all’orizzonte intravedo il finale (che, come sempre accade, sarà diverso da come l’avevo immaginato). Comincio a scrivere. È inutile perdere tempo: la scaletta, gli appunti e compagnia si scrivono per gestire meglio una situazione in cui si è trovato il blocco. Una storia infatti può anche essere lineare, senza che richieda il bisogno di mille particolarità annotate da consultare in ogni momento. Dopo aver scritto un po’, mi fermo solo quando la scena è temporalmente finita. Questo mi influenza molto. Posso lasciare in sospeso una scena, riprendere il giorno dopo, finirla in due righe, e poi aver bisogno di un altro giorno o comunque di qualche ora per poter scrivere (decentemente) la scena successiva. Mi immedesimo nella storia e mi risulta difficile continuare a creare nuovi scenari, situazioni e stati d’animo del tutto diversi. Credo sia una cosa buona. Ricontrollo a caldo ciò che ho scritto. Questo presuppone che durante la scrittura non mi sia lasciato sfuggire che il protagonista a pag 10 impugnava una spada e a pag 12 l’Infuocata Lancia del Destino solo perché mi fa comodo. Ma questo è da dilettanti: se si fa un errore simile, bisogna fare un po’ più esperienza o rileggere con attenzione il racconto a freddo. Certo, i piccoli particolari possono sfuggire anche ai migliori, eh. Ricontrollo a freddo ciò che ho scritto. Questo significa dopo un giorno o due - se si parla di un racconto. Se si parla di un romanzo, però, bisogna saper tenere man mano sott’occhio tutte le scene, in modo che nessuna risulti troppo instabile nella trama, e questo si può fare solo durante la stesura. Getterò un’ultima occhiata a romanzo finito, forse, ma la revisione a freddo va fatta dopo un po’ di tempo, e in questo tutti concordano - ahimè, anche i manuali di scrittura.
Tuttavia, il “metodo” esistente, insegnato dai corsi di scrittura e similia è approssimativo: lo scrittore agisce per conto suo, ciò che conta è il risultato, dunque si potrebbe dire che il fine giustifica i mezzi.
Questo è solo il mio parere, ma non credo di essere tanto distante dalla verità.
Amen. ☺
Il buonsenso esiste a dispetto, e non a causa, dell’istruzione. (Victor Hugo)
Per quanto importanti possano essere, la forma e il lessico non sono i fattori da cui dipende la qualità di un (buon) racconto.
Durante un racconto, rapito nella furia della narrazione, lo scrittore viene trascinato dal flusso creativo, e tutti gli eventi si srotolano sotto le sue dita finché non arriva un ostacolo. La trappola della verosimiglianza, che lo scrittore si è creato con le sue stesse mani. Ma quest’ostacolo non va aggirato: bisogna affrontarlo.
Parlo di quei momenti della storia in cui interviene un fattore che contrasta, per colpa solo nostra, col nostro volere narrativo. Esempio:
Stiamo scrivendo un thriller (parlare sempre di fantasy scoccia ): il protagonista ha recuperato l’amuleto egizio perduto che andava cercando, e ora scappa dalla villa, ma si trova di fronte un cancello, e le guardie dietro.
Ora, poniamo una via: scavalca il cancello.
Mette l’amuleto in tasca, si aggrappa alle grate di ferro (ammesso che il cancello sia di ferro e con grate), arriva fin su e si getta dall’altra parte.
È una via plausibile, ma bisogna, prima di scrivere, analizzare certi aspetti: a) Il protagonista è ciccione e impacciato o magro e agile? Non ci vuole una laurea per scavalcare un cancello, ma non ci vuole nemmeno una laura per capire che la gente grassa tende ad essere poco agile. b) Il cancello, abbiamo posto di ferro, ha solo grate verticali? È più difficile scavalcarlo se non ci sono grate orizzontali in cui incastrare e poggiare i piedi. c) Le guardie quanto sono lontane? Sono armate? Ci sono ostacoli sul loro percorso? Se sono armate, spareranno. Se sono lontane, hanno più probabilità di sbagliare mira. Se ci sono ostacoli, perderanno più tempo e spareranno peggio. Ovviamente, è possibile che un colpo sparato a caso prenda in piena nuca il protagonista, così com’è anche possibile che il protagonista riesca a scavalcare e buttarsi dall’altra parte per poi slogarsi una caviglia e restare a terra.
Avremmo potuto porre altre vie. Il protagonista potrebbe essere armato, e per questo provare ad affrontare le guardie (se ci sono ostacoli dietro cui proteggersi, se è un discreto miratore, e se è scemo…)
Tuttavia, qualsiasi via scegliamo, ci saranno sempre ostacoli da affrontare. In realtà, è difficile che uno scrittore renda il proprio racconto davvero verosimile. Mi spiego: l’autore ha già una storia in mente, sa come procede e come finisce, dunque non c’è libero arbitrio per i personaggi, nell’universo da lui creato - ecco perché valuto utile scrivere solo parte della scaletta: una volta creati, i personaggi prendono vita e agiscono da sé.
Dunque, fissato il circolo entro cui l’azione del racconto si svolgerà, l’autore dovrà dare l’impressione che ciò che avviene sia ovvio e consequenziale alle azioni dei personaggi.
Tuttavia: se l’autore non ha una scaletta precisa, ma ha un’idea vaga di come si evolverà la storia, una volta trovatosi di fronte a ostacoli di coerenza non può aggirarli. Dare una padellata in testa non fa svenire manco un vecchio rimbambito: è un luogo comune e un non-uso di buonsenso. Così come le azioni al limite compiute da parte dei personaggi nel 90% delle storie, le azioni impossibili, come il salto del burrone verso la fine del film, o la donzella scema che spara a occhi chiusi e salva il buono dal cattivo che stava lì lì per freddarlo: tutto questo si chiama Idiozia nel primo caso, Deus ex machina nel secondo - ma è un’altra cosa, sebbene non molto distante da questa.
Quando s’incappa in queste situazioni, è sbagliato forzare la storia e farla andare così come avevate in mente. Questi ostacoli, quindi, devono necessariamente cambiare il procedere degli eventi, forse di poco, forse di molto, ma devono cambiarlo.
Lo stesso discorso degli avvenimenti vale per particolari più “tecnici”. Per esempio (e qui entra un po’ di fantasy), non ci vuole arte a capire che tagliare teste non è facile. Ricordo che stavo scrivendo un racconto, quando ero giuovane e scemo, e un personaggio si trovava a uccidere l’avversario, e pensai: “quanta forza ci vuole a tagliare via una testa?” Così, incredibilmente, usai un po’ di buonsenso, e continuai a pensare: “Le ossa sono resistenti, mettiamo che un braccio sia resistente quanto un ramo d’albero: per tagliare il collo bisogna attraversare muscoli e nervi, tutti abbastanza elastici, arrivare all’osso con abbastanza forza da dividerlo in due e continuare per la metà rimanente; considerato che se prendi un’ascia e provi a staccare di netto un ramo dall’albero non ce la fai, perché mai un individuo normale dovrebbe riuscire a staccare la testa al nemico?” Così, il personaggio uccise il nemico senza staccargli la testa.
Un altro esempio: se il protagonista della scena thriller precedente avesse cominciato a sparare, avremmo dovuto tener conto di quanto è bravo a maneggiare le armi da fuoco, del rinculo, e del tipo di arma che impugna. Ma visto che non è normale usare armi da fuoco tutti i giorni, e quindi non si può parlare di esperienza empirica, ci si affida al buonsenso e all’esperienze di diversa natura: film (possibilmente realistici), videogiochi, e soprattutto questi ultimi sono imitazioni abbastanza fedeli della realtà, mondi metafisici che, in un certo senso, non sono più falsi di quello in cui viviamo - ma questo è uno sproloquio che non c’entra.
È anche vero, però, che non sempre il buonsenso basta a rendere coerente il racconto, e che spesso ci vuole quella che io chiamo “impulsività (narrativa)“, di cui parlerò in futuro.
È tutto, grazie dell’attenzione.
La questione è semplice: in ambito artistico, due aspetti della “produzione” vera e propria sono caratterizzati da due aspetti, quello tecnico e da quello creativo.
Avevo in mente questo post già da un po’ di tempo, ma è stata un’intervista ad Andrea D’Angelo a farmelo riesumare.
Risponde D’Angelo:
L’arte è ciò che è innato e impulsivo, che ti spinge a volere una determinata cosa, a volerla fortemente e a volerla in quella forma artistica (a raccontare una storia per iscritto, ad esempio). Il mestiere è ciò che devi forzatamente imparare bene, se vuoi che la tua arte non ne esca svilita e inefficace.
Se ti piace scrivere, e hai una storia in mente che devi a tutti i costi far conoscere al mondo, devi prima imparare il “mestiere”, altrimenti non concluderai niente.
La tecnica e la creatività sono sempre in conflitto. La giusta dose sarebbe metà e metà, ma, secondo il mio personale punto di vista, oggigiorno la bilancia penderebbe di più sulla creatività.
Mi spiego: come si possono spiegare i successi di alcuni romanzi tecnicamente scarsi? La mia risposta è: la volontà dell’autore traspare nelle pagine dell’opera.
Può sembrare abbastanza riduttivo, ma Stephen King in On Writingsostiene che ciò che scrivi deve piacere innanzitutto a te (la scoperta dell’acqua calda), perché se già tu non sei soddisfatto, il risultato si vedrà, e figuriamoci cosa ne penserà il lettore, che dovrebbe avere di regola meno entusiasmo rispetto allo scrittore.
Ma vale anche l’opposto. Se hai tanta volontà, sai di avere tante idee e sai che dovrai lavorare sodo per poter scrivere la tua storia, il lettore lo capirà e apprezzerà.
Ma la volontà non basta. Puoi avere la storia del secolo, ma se non hai tecnica è come conoscere il significato della vita ma non avere la bocca per comunicarlo agli altri.
La tecnica, però, è relativa a seconda del pubblico.
Già in questo post avevo trattato parte dell’argomento. Nel forum di un mmorpg, gioco ruolistico online, pubblicai un racconto ad esso ispirato. Un racconto abbastanza scarso, per la verità. La forma era corretta, niente strafalcioni, ma nel complesso era un’opera di bassa qualità - davvero bassa -, scritta apposta per quel tipo di pubblico - ovvero, un pubblico che accetta la storia come viene, senza farsi troppe domande sul realismo, sulla forma, e gustando puramente l’aspetto artistico, fantasioso. Ottenne un enorme successo.
Sebbene si parli di letteratura, il concetto vale anche per altre arti, affini e no. Verga era un caprone: scrisse le sue prime opere coi piedi, e nessun editore voleva pubblicarlo, finché lo scrittore non si è seduto, gomiti sulla scrivania, ad imparare un po’ di grammatica. Giovan Battista Marino scrisse l’Adone (l’immagine del post), che potete liberamente leggere qui… se ne avete il coraggio. Dal punto di vista tecnico, è un inno alla poesia, una perfezione assoluta: un mattone di noia che fa crescere una barba così. Mozart era un genio, musicò il Miserere dell’Allegri, brano il cui spartito non poteva essere diffuso e che durava 15 minuti, dopo averlo sentito una sola volta. Soffriva anche di coprolalia, gli piaceva dire tante cose sconce. Se impazzite e cominciate a bestemmiare a non finire, tranquilli: potreste essere dei geni.
E non bisogna dimenticare Paganini, virtuoso (in ambito esecutivo) del violino, e Lizst, altro virtuoso (in ambito compositivo) del piano, di fatti musicò molti brani di Paganini stesso, come La campanella ecc. Bob Dylan aveva la musica nel cuore, e sebbene conoscesse quei pochi accordi, è diventato un grande della musica moderna. Kurt Cobain, idem. Oltre a drogarsi dava due spennellate significative alla chitarra, prima di fracassarla in un amplificatore, e Smells like teen spirit si trova al 9° posto tra le 500 canzoni più belle della storia, nell’elenco della rivista Rolling Stones. Eppure entrambi non avevano una grande capacità tecnica, di sicuro non quella di virtuosi come Steve Vai, Malmsteen o Petrucci.
D’altronde, Picasso sosteneva, in difesa del suo modo di fare arte, che non c’era gusto a dipingere ciò che si imparava alla bottega (o qualcosa di simile). Van Gogh, invece, era molto craetivo ed evocativo. Si ricordi l’autoritratto o la famosissima Notte stellata.
Il mio parere? Sono assolutamente a favore della tecnica. A meno che non ci si lasci prendere dal delirio giovanbattistamarinesco, acquisita la tecnica si è capaci di tutto. Credo che la creatività trovi una marcia in più con la tecnica. Un’esplosione di creatività, privo di tecnica, è un grido muto.
Per Punto di vista, pdv, (Point of view, per gli anglofili, abbreviato pov), s’intende di solito il “modo di vedere” la storia attraverso gli occhi di un personaggio (alla volta). In questo modo generalmente il narratore scompare, come personalità, dicendo solo ciò che accade, senza commenti, e in modo molto distaccato, lasciando il posto ai pensieri e al modo di vedere del personaggio. Pregi: il narratore può limitarsi a rivelare solo ciò che vedono i personaggi: se Tizio entra nella città X, il narratore potrà dire che Tizio ammira l’arco d’entrata, il burrone alla sua destra, la montagna alla sua sinistra, ma nient’altro che non sia nel campo visivo/mentale del personaggio: il narratore onnisciente con la smania di raccontare tutto, invece, dirà anche che in passato la città X era appartenuta al Re Caio, che l’aveva chiamata così per questo e quel motivo, ma che in seguito un esercito di orchi-vampiri-draghi-assassini è penetrato distruggendo tutto ecc. In realtà, anche attraverso il pdv del personaggio si possono fornire queste informazioni, solo che bisognerà farle cadere dall’alto, centrando i personaggi adatti a dirle e il contesto giusto. Difetti: sembrerà strano, ma è difficile che ciò che il narratore onnisciente direbbe a ruota libera si possa trovare nelle parole dei personaggi. Se voi entrate in una città/paesino poco lontano da dove abitate, non credo che il primo che passa vi dirà le origini, la storia ecc. Parlo, insomma, di coerenza e verosomiglianza. Ammesso che lo scrittore riesca a inserire nelle bocche giuste queste informazioni, è difficile, per verosomiglianza, che un certo personaggio ne incontri un certo altro che gliele fornisce. Mi spiego: se bisogna dare a tutti i costi delle informazioni sulla città X, affinché il lettore possa collegarle con ciò che avverrà dopo, nella trama, è molto facile incappare in situazioni assurde e inverosimili, perché il narratore non sapeva come diamine raccontare le origini della città.
Per questo problema c’è una soluzione semplice: stendere una scaletta degli eventi, in modo che non si scriva bloccandocisi proprio nel punto in cui costringiamo Caio a dire a Tizio dell’esercito di orchi-assasini ecc. Vedendo la situazione dall’alto, possiamo gestire meglio dialoghi, personaggi, eventi e tutto.
Da qui, eccomi alla ragione per cui volevo scrivere questo post.
La storia intera dipende dai personaggi. Mi spiego: Tizio può essere un pazzo assassino che sbava e grida, o un pazzo assassino furbo e scaltro: le due cose determinano lo svolgersi degli eventi, e non è mica una bazzecola. Ma, a meno che non si abbia già un’idea matura di tutti i personaggi del racconto/romanzo, è impossibile determinare il carattere dei personaggi senza averli prima “conosciuti”. Una fredda scaletta non ti permette di descrivere un personaggio, né ti costringe a farlo parlare. Lo scrittore, insomma, il più delle volte conosce i personaggi facendoli interagire sul posto, improvvisando, in una specie di teatrino. Per questo, io suggerisco, quando si è in dubbio coi personaggi (o con la storia), di scrivere una scena inutile ai fini della trama: in questo modo si dipingono i personaggi, si fa un po’ di chiarezza storia affrontandola coi loro pensieri, e via discorrendo. Se poi la scena non fa tanto schifo e può tornare utile, ben venga, la si potrà inserire tra le altre, magari arricchendola.
In linea di massima, questo è ciò che può accadere ad alcuni nello scrivere. Non mi sento di assolutizzare niente, perché le vie della scrittura sono infinite.
Più volte mi è capitato di dire che chi comincia a scrivere vede il mondo in modo diverso. Vale lo stesso per chi ama leggere. I racconti presentano tante di quelle sensazioni, che ci si abitua ad esse e le si dànno per scontato, senza averle nemmeno provate. La bocca asciutta per la paura, la “lingua felpata come un maglione” (lo virgoletto perché l’ho letto spesso), il brivido lungo la schiena, il non riuscire a muoversi… Sono tutte sensazioni surgelate e impacchettate per la narrazione standard, ma quando si provano viene da pensare: “Wow, allora è così che ci si sente”, e diventano tutt’altro che scontate.
Credo che gli scrittori siano dei cacciatori di sensazioni - dato che è solo di questo che si parla, nei racconti: azioni e sensazioni. Chi scrive deve sforzarsi di essere sensibile. Un carattere freddo non accoglie tutti gli stimoli che la vita offre, e così gli stimoli scivolano via e lo scrittore non ha da che attingere, per raccontare.
Gli scrittori sono psicologi senza saperlo. Come si può parlare di personaggi inventati se non si conoscono quelli reali? Non vi capita di studiare il carattere di una persona, il modo in cui parla, il tono che usa, le espressioni facciali che assume…?
Per questo penso che ciò che più assomiglia allo scrittore è il barbone, il vagabondo. Il viaggio e la solitudine sono essenziali per contemplare il mondo, ma anche l’amicizia e l’amore e l’odio il dolore fanno vedere la vita sotto le sfumature più varie.
Per questo motivo sono convinto che lo scrittore non deve rinchiudersi per sempre in uno scantinato buio e scrivere tutto il tempo - ecco perché, nell’altro post, dicevo che scrivere sempre non aiuta necessariamente a essere più bravi, sebbene in quell’articolo si parlasse più del lato tecnico.
Per questo credo che lo scrittore debba, prima di scrivere, vivere.
No.
Non credo proprio che scrivere un tot di pagine ogni giorno serva a diventare ottimi scrittori. Mi sono imbattuto spesso in persone che tiravano in ballo King, neanche fosse davvero il Re, prendendo tutte le sue parole per oro colato. No. Ho letto On Writing, è senza dubbio interessantissimo - esclusa l’interminabile parte iniziale -, ed è ancora più bello se lo si legge quando si è già intrapresa la “carriera” (non retribuita) dello scrittore.
In On Writing King consiglia di scrivere ogni giorno un tot di parole, insinuando che se non lo fai non sarai mai come lui.Secondo il mio modesto parere, scrivere ogni giorno rende sicuramente più pratici, ci si orienta facilmente sulla pagina, eccetera. Ma non porta più vantaggi di quanti ne porterebbe scrivere quando si ha voglia. Anzi. Abituarsi a scrivere ogni giorno significa abituarsi al proprio stile di scrittura, togliendo ogni possibilità di cambiamento e flessibilità. Secondo me.
Scrivere una volta a settimana, invece, è abbastanza. Non cambia nulla. Di rado riesco a scrivere più di dieci pagine in una volta sola. E se sono preso dalla scrittura di un racconto, con impegni non eccessivi e altra roba, scrivo sì e no 5 pagine a botta, e per botta intendo due-tre volte alla settimana. Massimo.
La scrittura programmata non credo dia risultati buoni. I miei migliori risultati sono frutto di momenti di ispirazione. Può sembrare scontato, ma è così. Se sei davvero coinvolto in ciò che stai scrivendo, in un modo o nell’altro coinvolgi anche il lettore. Se scrivi perché lo dice la tua agenda, coinvolgi solo l’agenda, semmai - è una freddura voluta.
Imporsi di scrivere per superare alcuni ostacoli è concesso, ma è un altro discorso.
A parer mio, scrivere molto ogni giorno non è di grande aiuto, se non ci si sente ispirati. E anche in questo caso, procedere nella scrittura giorno dopo giorno coi paraocchi può anche essere controproduttivo.
È vero però che ci sono spesso le eccezioni.
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