High Air
di Federico Russo “Taotor”
Quest'opera è protetta da una licenza Creative Commons del tipo 2.5. È concesso solo diffondere le opere presenti attribuendole all'autore, Federico Russo, e ai suoi relativi indirizzi web, www.federico-russo.blogspot.com e www.taotorofficial.altervista.org. È assolutamente vietato sfruttare le opere per scopi commerciali, modificarle, spacciarle per proprie. L'autore ha inoltre provveduto a proteggere le sue opere in altri modi, e violare queste condizioni porta solo alla persecuzione penale. D'altronde, l'unico interesse dell'autore è condividere le sue opere d'ingegno con altre persone. ☺
www.federico-russo.blogspot.com
federico.taotor@gmail.com
High Air
Carlo diminuì lo zoom per far entrare l'aereo nell'inquadratura della sua Handycam. Un piccolo aereo, con una scritta pacchiana sul fianco, verde in campo bianco: High Air.
«Oddio, dovremmo volare con questo trabiccolo? Madonna mia, proprio con le compagnie low cost...»
Carlo si voltò e inquadrò la ragazza che aveva parlato. «Chi si lamenta?» disse, con enfasi esagerata. «Oh, ma è Claudia! Ma che sorpresa! Dicci qualcosa, su su!»
Claudia assunse un'espressione apatica e mostrò il medio.
«Va bene...» fece Carlo, «è pur sempre una femmina condizionata dalle mestruazioni...»
«Ma sta' zitto! Cretino...» disse ancora la voce di Claudia. Intanto la telecamera inquadrava il gruppo che aspettava di salire sull'aereo. Il sole illuminava la pista d'atterraggio.
«Ecco la seconda A» disse Carlo. «Ed ecco gli agenti della Gestapo» mormorò, zoomando sulle due professoresse. Una riccia, con tre doppi menti, gli occhiali. L'altra che si tormentava le unghie, magra e dall'espressione stanca.
«Ora ti si scaricherà tutta la batteria» disse la voce di Andrea, di cui la Handycam subito cercò la fonte. Un ragazzo con gli occhiali da sole, l'acconciatura progettata con l'asciugacapelli, spalle larghe, petto sporgente. «Stai sprecando tutta la cassetta e ancora non siamo arrivati.»
Carlo zoomò, e l'amico non si mosse; “Si sta mettendo in posa, il coglione” pensò. «Andrea...» disse Carlo, smagliante. «Una spaghettata di cazzi tuoi?» Si voltò. Cominciavano a salire e la coda sembrò smaltirsi in fretta.
Carlo salì sulla scala, ma la coda si fermò di nuovo. Ne approfittò per una nuova panoramica sull'aeroporto e la pista d'atterraggio.
Davanti a lui c'era Matteo. Si girò e disse: «Carlo, la bomba ce l'hai?»
«Sì, certo, è nello zaino.»
«Ok. Mi raccomando, non addormentarti, sennò come facciamo a dirottare 'sto coso per Amsterdam?»
Risero.
In breve Carlo fu dentro l'aereo. Controllò il biglietto. Il suo posto era C17. Controllò le targhette, disturbando la fila che dietro di lui spingeva, ma non trovò il posto.
«Ma che cazz...» disse. Alzò lo sguardo dal biglietto. La professoressa gli mostrò il suo solito, triste sorriso d'evenienza. «'Giorno...» disse il ragazzo. La fece passare. Matteo rideva a crepapelle. «Ma dove cazzo mi metto?»
«Ma va', mettiti dove vuoi ché non c'è un'anima» rispose l'amico.
“Dov'è Claudia?” pensò Carlo. Un lampo gli attraversò la mente. Lui e Claudia seduti insieme per tutto il viaggio, lui che la faceva ridere e lei che ci stava.
Chiara, una ragazza tondetta, comparve davanti a lui. «Ehi Carlo. Non trovi il posto?»
«Sì... cioè, stavo per mettermi qui...»
«Ok, dài, vieni.» Lo tirò per il braccio e lo costrinse a sedersi accanto a lei.
Carlo sbuffò. Controllò lo stato della batteria della Handycam. Le tacche del display segnavano 70%. Lasciò la telecamera ciondolare dal collo. Si tolse il cappotto. «Mamma mia, si muore.»
«A chi lo dici» disse Chiara.
Carlo prese a giocare con la chiusura a scatto dello zaino che teneva in grembo. Vi pescò il lettore cd e si infilò gli auricolari. L'hostess attraversava il corridoio controllando ogni posto.
Arrivata accanto a lui, fece qualche gesto.
«Che?» fece Carlo. Si tolse gli auricolari. Aveva sentito, ma gli sembrò che l'hostess non fosse italiana.
«Metta lo zaino tra i piedi o nella cappelliera. Il lettore cd è a laser?»
«Boh... Credo di sì.»
«Allora mi dispiace ma non si può usare.»
«Oh... perché?»
La testa di Matteo spuntò al di sopra dello schienale del sedile di fronte. «Perché crea interferenze coi canali.»
«Ah. E l'mp3?»
L'hostess annuì. «Sì, se non ha laser sì.»
«Ok.» Carlo ripose il lettore cd, afferrò la Handycam e l'accese, premette rec e catturò qualche fotogramma del didietro dell'hostess, che continuava il suo giro d'ispezione. «Be', dopo tutto si salva» sentenziò, beccandosi un ceffone da Chiara.
Carlo pigiò play sull'mp3. Il primo brano era More than a feeling dei Boston. Riguardò un po' di registrazione dal display della Handycam. “Sono partito col piede sbagliato” pensò, fermando l'immagine sul dito medio e l'indifferenza di Claudia. “Pazienza. Lo sapevo che non avrei concluso niente, con questa gita. Meglio se lascio perdere tutto e penso a divertirmi.”
Dopo un po' dalle casse sopra le loro teste uscì una voce femminile che indicava il posto del sacchetto di carta, illustrava il modo in cui prendere il giubbotto di salvataggio, infilarlo, legarlo, tirare le cordicelle per farlo gonfiare o soffiare nelle imboccature. Fece lo stesso con le maschere dell'ossigeno, che sarebbero fuoriuscite se ce ne fosse stato bisogno.
Carlo si toccò e fece qualche gesto scaramantico durante tutto il rito. Si guardò attorno, studiando le facce delle persone.
Girandosi poté vedere una donna insieme a un ragazzo sui dodici; dietro i due, una sfilza di vecchi. Dietro il posto di Carlo, invece, una donna di mezza età col marito, un giovane ben vestito dietro a questi e altri vecchi a seguire.
Carlo si risistemò sul sedile. Non poteva vedere chi ci fosse davanti a lui, a parte Matteo. Poteva però vedere le persone sull'altra fila. Nessuno lo colpì, a parte un uomo, seduto proprio nella sua stessa direzione, nella fila di destra, il posto vicino al finestrino. Grasso, col volto rosso e una barba di alcuni giorni. Sotto il cappotto aperto si scorgeva un maglione scolorito e pieno di nodini. Indossava jeans che si abbinavano al maglione: consumati e scoloriti. Ai piedi aveva uno zaino viola e verde, colori smorti, di quelli che Carlo pensava si usassero negli anni '70-'80. L'uomo sonnecchiava. Aveva in grembo un affare simile a una vecchia radio.
Accanto all'individuo c'era un'amica di Carlo, coi capelli biondi, corti, appoggiata col gomito sul bracciolo, si sporgeva verso il corridoio nell'evidente intenzione di evitare l'uomo.
Poi l'aereo si mosse, vibrando.
«Stiamo partendo!» disse Chiara. «Mamma mia...»
«Che c'è, hai paura?» disse Carlo.
Chiara fece spallucce. «Ehi, allacciati la cintura, scemo!»
«Oh, già, merda.»
L'aereo prese velocità. Ci fu qualche scossa, e la vibrazione si avvertì di più. All'improvviso tutto si calmò, e Carlo si sentì schiacciare con delicatezza contro il sedile. Avvertì un fastidio alle orecchie, e percepì anche il fatto che il terreno mancava sotto il carrello. Chiara stringeva il bracciolo. Carlo le prese la mano e disse: «Dài, ché è come le giostre. Anzi, pure più tranquillo... Anche se, insomma, io al massimo sono salito sulle tazze.»
Chiara esibì un sorriso nervoso, e chiuse gli occhi.
Carlo la imitò.
Aprì gli occhi e gli parve di aver dormito molte ore. Guardò l'orologio, un Casio d'acciaio. Erano le undici e venti. Aveva dormito quasi mezzora.
Fece per slacciarsi la cintura, ma questa scivolò via da sola. “Ecco a che serve,” pensò il ragazzo, sarcastico, “a niente.” Stava per alzarsi, ma si fermò. Vide l'uomo mal vestito usare quell'aggeggio simile a una radio. Aveva le dita fisse sui pomelli, e fissava lo strumento, forse studiando dati segnati da lancette. Alcune luci erano accese, dei led che per modernità stonavano col resto dell'apparecchio, in tutto e per tutto antiquato. Sembrava emettere un ronzio sommesso.
Carlo si voltò verso Chiara. Capì che l'uomo uno sguardo su di sé e fu sicuro di essersi girato in tempo, prima che l'uomo se ne accorgesse. Sentì il fruscio dei vestiti. “Si sta alzando” pensò. “Forse vuole sapere perché lo guardavo?”
Il fruscio dei vestiti si fece più forte. Poi si allontanò per il corridoio.
Carlo vide che l'uomo aveva preso lo zaino, ma lo portava al contrario, con la parte delle tasche sulla pancia piuttosto che sulla schiena.
Sospirò. Guardò l'orologio. Undici e ventidue. L'hostess aveva annunciato che il viaggio per Bruxelles sarebbe durato due ore. Mancava ancora un'ora e mezzo. L'aereo, a parte il rumore dei motori, era silenzioso.
Poi si sentì il rombo di una voce profonda, cui seguì uno strillo. La tenda della cabina si smosse, ma non uscì nessuno. Carlo si sentì nervoso: notò che alcuni passeggeri si erano svegliati e si guardavano attorno.
Dopo alcuni minuti, dalla cabina uscì l'uomo con lo zaino. Impugnava una pistola.
«Ascoltatemi.» Il tono sembrava quello pedante di un professore. «Ho dato ai piloti le coordinate, e ora cambieranno rotta. È l'unica occasione che abbiamo per conoscere la verità, quindi vi prego, non fate casino o sarò costretto ad annullare tutto.» Diede qualche pacca allo zaino. «E ce ne andiamo tutti.»
Dalle file di sedili nacque un vocio preoccupato.
Carlo pensò che ora lo scherzo della bomba a bordo non faceva più ridere. Studiò il volto dell'uomo. Grasso, con vene rosse visibili sul volto, folte sopracciglia. Un italiano, ma dalla fattezze poteva essere scambiato per un turco o per uno del Medio-Oriente.
«Che è successo?» mormorò Chiara.
Carlo avvicinò le labbra al suo orecchio. «Credo sia un terrorista.»
«Dài! Dico sul serio.»
«Chiara, davvero.»
La ragazza non disse niente, ma sebbene sembrasse scettica, guardava preoccupata il corridoio.
Carlo non poté distogliere lo sguardo dall'uomo. Era in piedi, rilassato. Si grattò la testa col calcio della pistola.
«Cosa sta succedendo?» disse una voce maschile, nei posti più avanti.
«Abbiamo cambiato rotta» rispose il terrorista, paziente. «Forse stava dormendo, prima, ma ho detto chiaramente che questa è la nostra unica possibilità, e se la perdiamo, falliamo per sempre.»
«Cosa significa? Dove stiamo andando?» La voce del passeggero tremava.
L'aereo ebbe qualche scossa. I passeggeri mormorarono preoccupati.
L'hostess spuntò in fondo al corridoio, tenendosi ai sedili. Si avvicinò al terrorista. «Il pilota dice che non si possono seguire le vostre coordinate!»
Carlo diede una rapida occhiata all'oblò. Benché, trovandosi sulle nuvole, non fosse visibile la linea dell'orizzonte per poter stabilire in che posizione si trovasse l'aereo, capì che aveva effettuato una cabrata, ma non riusciva a mantenerla. Perdeva quota a poco a poco.
Il terrorista spiò da un oblò, come aveva fatto Carlo. Strinse i denti e la sua faccia si deformò per la rabbia. Afferrò la donna per le guance e gridò: «Vi avevo detto cosa fare, cazzo!» Le diede uno schiaffo e la fece camminare davanti a sé, verso la cabina, mentre estraeva dei fogli da una tasca posteriore dei jeans.
Chiara stava tremando.
Carlo la ignorò. «Pst!» fece. «Matteo!» Si sporse per vedere oltre lo schienale. Gli si rivoltò lo stomaco.
«Mi dovete obbedire, è chiaro?» gridò il terrorista, per poi uscire dalla cabina. Spinse avanti l'hostess: perdeva sangue da un sopracciglio, e aveva il volto rigato di lacrime. «Tu» disse il terrorista.
Carlo alzò lo sguardo. L'uomo lo stava guardando. “Cazzo, ce l'ha con me!” pensò. «Sì?»
«Vieni e falla stare zitta.»
L'hostess, inginocchiata per terra, singhiozzava e piangeva in lunghi e strazianti lamenti. “Se continua così, farà disperare tutti i passeggeri” capì il ragazzo.
Obbedì. Andò dalla hostess e, impacciato, l'abbracciò. L'uomo gli dava le spalle, pistola in mano.
«Cosa è successo là dentro?» disse Carlo a bassa voce, tenendo d'occhio il nemico.
L'hostess ci mise un po' per rispondere. «Lui... lui ha dato delle coordinate strane» spiegò, la voce lagnosa ancora corrotta dal pianto. «E il pilota non sa come fare... è una cosa da pazzi, moriremo...»
«Che coordinate? Che cosa è da pazzi?»
«V-vuole far salire l'aereo troppo in alto...»
«E allora?»
L'hostess si soffiò il naso. «L'aereo non è fatto per certe quote, poi ci mancherà l'ossigeno, e sarà difficile mantenere il controllo, e...»
Carlo non sapeva come consolarla. Ma si accorse che, abbracciandola o no, la parte più terribile del pianto era passata.
“Voglio capire...” pensò il ragazzo. «Perché saliamo?» domandò ad alta voce. Studiò con attenzione il comportamento del terrorista.
Questi si girò. Non era arrabbiato. «Perché sennò come facciamo ad arrivare?»
«Arrivare dove?»
«Da loro!» Roteò gli occhi. «È da un anno che mi tengo in contatto, è stato un grande onore che abbiano scelto proprio me. Non posso far andare tutto a puttane, lo capisci?»
«Certo che capisco.»
Il terrorista annuì. «Insomma, hanno preparato il Canale apposta per me. Dopo tutto ciò che hanno fatto, non posso deluderli. Ma ci siamo quasi...» Guardò il suo strumento.
“Quando parla di questa cosa diventa calmo” rifletté Carlo. “Dev'essere scappato da qualche centro di cura mentale o qualcosa di simile. È pazzo, e su questo non ci piove. Probabilmente è un poveraccio che vive in strada, con quella faccia da ubriacone che ha. Chissà come ha fatto a procurarsi i soldi per il biglietto.”
«Cos'è questo Canale?» continuò il ragazzo.
«È un ponte. Una specie di porta, che dà su un ponte, che dà su un'altra porta.»
«Non riesco a capire...»
«Insomma, è una scorciatoia che ci porta all'iperspazio, l'iperspazio tachionico, no? Mica abbiamo ancora la tecnologia per poterci andare per conto nostro. Per questo ti stavo dicendo che sarebbe un'occasione sprecata, se dovessimo perdere questo passaggio. Sarei costretto a far esplodere tutto – il mondo non è ancora pronto per questa tecnologia.»
Carlo per non poco non si mise a ridere, quando comprese che l'individuo si stava riferendo al suo marchingegno datato. “Ok, ho capito: sei un pazzo che ha visto troppi film di fantascienza.”
Il terrorista stava ancora parlando quando Carlo vide, come in un teatrino, la testa di Matteo al di sopra della spalla del terrorista. Questi finì il discorso, e il gesticolare che lo accompagnava finì con le parole, e l'uomo rimase fermo con le braccia spalancate.
Carlo pensò: “Ormai il danno è fatto. Sto fermo: il pazzo prende Matteo e ci fa saltare tutti in aria. Aiuto Matteo: c'è una possibilità in più di salvarci, o ci fa saltare comunque in aria. Nulla da perdere.”
Carlo non aveva sentito niente, ma intuì che gli era stata posta una domanda. Matteo, da dietro, afferrò la canna della pistola e la sfilò rapido dalle mani del terrorista.
Matteo, nell'istante stesso in cui sfilava la pistola, diede un calcio alla parte posteriore della ginocchia del terrorista. Questi cadde sulle ginocchia.
Carlo afferrò le asole dello zaino dell'uomo e tirò verso di sé, sfilandoglielo.
Il pazzo si rimise in piedi in un attimo, pronto a scattare verso Matteo.
Carlo passò le mani sotto le braccia dell'uomo e gli intrecciò le dita dietro la testa, immobilizzandolo. Un secondo dopo si sentirono due botti.
Carlo continuò a tenere fermo l'uomo, ma questi scivolava a peso morto. Lo lasciò andare. L'uomo grugnì, i vestiti all'altezza della pancia sporchi di sangue, due macchie che si allargavano.
«Merda...» disse Carlo. Aprì e chiuse la bocca senza dire niente. Poi guardò Matteo: «Avresti potuto colpirmi!»
«Ristabilite la rotta!» gridò l'hostess. «Sta morendo, è morto, tornate sulla rotta originale, presto!»
Carlo sentiva su di sé gli sguardi dei passeggeri. Subito si levò un coro di voci che parlavano tra di loro, terrorizzate. Si sentì assonnato tutto d'un tratto. Andò verso la cabina, temendo che il guaio non fosse ancora finito.
«Abbiamo perso il contatto» disse il pilota, scosso. «Come se qualcuno avesse preso e attorcigliato tutti i canali per poter parlare meglio. Aspetta un attimo... oh, ok, sta tornando tutto alla normalità.»
L'aereo cominciò a perdere quota.
Carlo tornò al suo posto, ma rimase in piedi, sordo alle voci degli amici e dei passeggeri che gli parlavano.
Matteo gli diede una pacca, sospirando. «Cazzo, che roba! Assolutamente da raccontare... I miei però ora non mi manderanno più da nessuna parte. Hai visto quando gli ho tolto la pistola, come c'è cascato il coglione?»
Carlo lo guardò per qualche secondo. «Ma tu dov'eri finito, prima?»
Matteo ricambiò lo sguardo, come se non capisse. «Ero in bagno...»
Mentre ritornavano sulla rotta, l'aereo prese a ballare. Chi era in piedi si sedette.
Carlo guardò fuori dall'oblò.
Nel cielo, un enorme anello nero, che raccoglieva attorno a sé le nuvole in una spirale.
All'interno di esso, la notte, e punti splendenti di stelle.