Racconto breve | L’uomo di Vatsanvuorin

Posted by taotor on Dic 22 2006

cacciatori nella neve

Un nuovo racconto breve adatto - spero - all’atmosfera di questi giorni. Mi sono accorto di aver riportato, involontariamente (come accade sempre coi racconti ;) ), argomenti e problemi sociali più o meno attuali - i soliti, non sono mai attuali: li chiamano così, ma sono sempre gli stessi. E il potere della narrazione ha portato anche a uno sviluppo (implicito*) del personaggio. *Implicito perché mi sono accorto, mentre scrivevo, dei sintomi che i disagi infantili causano, come le morti in famiglia o l’estraniazione dalla società. Mi sono ritrovato con qualcosa di diverso da quello che avevo in mente (non so se migliore o peggiore, sta a voi decidere). Spero che comunque vi lasci qualcosa, come tutti i racconti, belli o brutti.

Link:
Racconto: http://taotorofficial.altervista.org/racconti/vatsanvuorin.pdf

Buon natale ;)

L’uomo di Vatsanvuorin

In quell’anno avevo quindici anni e nessun genitore. Mia madre era morta dandomi alla luce; mio padre era morto a causa di un infarto. Io quel giorno ero rimasto a casa a guardare i cartoni – si trattava di dicembre, suppongo: c’erano le luci e gli addobbi.

Dopo la morte dei miei rimasi con mio nonno. Ero abbastanza grande per volergli bene, quando morì nel sonno, accanto a me. Si trattava di gennaio, forse. Ricordo il ghiaccio che azzannava la finestra.

Da allora vivo con mia zia. È scorbutica, è brutta come la fame, e si lamenta delle cose più stupide. Inizialmente ascoltavo tutti i suoi avvertimenti, i suoi rimproveri. Ora, invece, quando torno da scuola so che «È tardi! Quante volte devo ripeterti che se vuoi mangiare un pasto caldo devi arrivare in orario?» significa: «Bentornato.»

Premettendo questo, insieme possiamo tirare avanti. I soldi non ci mancano; mio zio è perennemente fuori per lavoro, benché l’età della pensione sia ormai alle porte. Lui non riesce a sopportare la zia, perciò preferisce non tornare troppo spesso. Una volta mi rivelò che se non ci fossi io, eviterebbe di tornare a casa.

L’età dei miei zii non mi importa. Ho imparato che la morte arriva quando tutti pensano che sia lontana, difatti vivo perlopiù il presente, dato che il futuro è costantemente incerto.

Quello che voglio raccontare accadde una sera di dicembre. A Vatsanvuorin non si può uscire per fare una passeggiata. Neanche a Natale. La gente cammina velocemente, coperta con pesanti cappotti e berretti e sciarpe e guanti e stivali, come tanti nuovi soldati della terza Guerra Mondiale. In strada ci sono solo delinquenti, nei vicoli stretti soprattutto; se passi davanti a uno di quei vicoli ti chiamano e ti chiedono se hai d’accendere. Tu ti fermi e dici di no, che vai di fretta. Il delinquente nel frattempo si è avvicinato e tu rimpiangi di esserti fermato. Hai paura di cosa possa farti. Ti derubano, solitamente. Se ti opponi, ti picchiano e ti derubano. Se sono ubriachi, tirano fuori un coltellino e ti ammazzano e ti derubano; se, ancora, ti va bene, potrebbero non pisciarti sopra.

Io quella sera ero una sorta di delinquente. Andavo fiero del lungo coltello che portavo, nascosto, infilato nei pantaloni, nell’attesa che uno di quei bastardi perennemente incazzati, anche quando non c’è il kaamos, la notte polare, mi venga incontro. Avevo bevuto un po’ con gli amici. Per ridere e riscaldarmi. Ma non aveva fatto né l’uno né l’altro effetto. E mentre i Finntroll mi urlavano nelle orecchie dall’iPod, tornavo a casa.

Lì trovai una candela accesa accanto a una piccola statua di plastica della Madonna, la cera che si consumava nel buio, miseramente. Accanto ad essa, la foto di mia madre. L’intero altare era un’opera di mia zia. Per quale assurdo motivo lo faceva? Questo mi chiedevo. Doveva essere stata lì poco prima: il fuoco ardeva.

E una persona era seduta su una sedia accanto al camino.

Portai la mano al rigonfiamento del maglione, al fianco. Avevo sempre voglia di sbudellare qualcuno, e covavo un segreto e malvagio desiderio di assassinio che persino nel profondo dell’anima non mi dava rimorsi. Professori e amici dicevano che ero passivo, senza interessi e troppo tranquillo. Se solo avessero saputo!

«Ciao giovanotto» disse l’individuo, voltandosi con difficoltà verso di me. Il fuoco proiettava ombre sul suo viso da ubriacone. Portava anche vestiti da ubriacone, consunti e grigi. Indossava il cappotto, anche se eravamo al chiuso.

«Chi cazzo sei?» chiesi. Mi girava la testa.

«Chi cazzo sei tu!» rispose. Poi scosse la testa, come se avessi detto una cretinata.

«Che cazzo ci fai in casa mia?» domandai. Mi vergognavo: avevo paura del vecchio. Era impacciato nei movimenti, e sembrava che le ossa dovessero cedergli da un momento all’altro, come rami di alberi spogli. Ma mi sembrava di essere nel torto, anche solo nel denunciare una violazione di domicilio.

«Cosa stai ascoltando?» disse, quasi con infantile curiosità, avvicinandosi a me.

Io non mi mossi. Solo dopo mi accorsi che avevo ancora le cuffie. Lui mi stappò un orecchio dalla cuffia e l’avvicinò al suo, ascoltando con attenzione. Dopo pochi attimi la lasciò cadere con uno sbuffo di disapprovazione.

«Voi ragazzi ascoltate una tale merda, oggigiorno…»

Volevo ribattere. Ma non dissi niente. Sfilai solo il coltello.

«Vieni qui, figliolo.»

C’era una poltrona libera accanto a lui. Obbedii, sebbene fosse stupido farlo, visto che ero in casa mia.

«Come ti chiami?»

Non risposi.

«Capisco… Hai una bella casa, complimenti.» Si guardò attorno, come se la guardasse per la prima volta. «Ascolta… sai perché sono venuto qui?»

Feci cenno di no.

«Poco fa tua zia ha acceso una candela per tua madre. È per lei che sono venuto. Per Elna.»

Volevo chiedergli se era un parente, o un amico. Non dissi niente.

«Mi dispiace per lei. Ma per te soprattutto.»

Mi guardò intensamente, con un’espressione di bontà e rimprovero insieme. Lasciai cadere il coltello a terra.

Lui lo notò di svista, poi posò nuovamente lo sguardo su di me. «Fai più male ai tuoi genitori che a te stesso, in questo modo» disse.

So a cosa alludeva. Mi fu tutto più chiaro. Mi sentivo sbocciato, e pieno di rimorso e vergogna per il passato. Cominciai a piangere per i miei genitori, per mio nonno, per la povera zia che, da sola, doveva badare a me e alla casa, e continuava ad avere fede e confidava in Dio.

«Tieni» disse. Mi porse un libro abbastanza consumato dal tempo. Sapevo già cosa mi stava donando.

Uscì dalla casa.

Ho ancora adesso quel libro: so che l’uomo non era una visione causata dall’alcol. Inoltre, nel libro che mi donò vi erano uomini che vivevano per centinaia di anni, perché facevano opere buone e amavano il Signore. Non so se una persona può realmente vivere così a lungo. Ma se ciò fosse vero, oggi posso dire di aver conosciuto San Nicola.

Vi chiederete se sono stupito di questo. No, non tanto. Se la leggenda di Babbo Natale, per quanto distorta, esiste, dietro dev’esserci un tocco di verità. No, l’esistenza di San Nicola non mi ha stupito.

Mi ha stupito che dicesse parolacce.

Leave a Comment

You must be logged in to post a comment.

Creative Commons License
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons. Ogni opera presente nel sito è protetta; contattare l'autore delle opere per eventuali pubblicazioni.