Tecniche di scrittura: Il Buonsenso
Posted by taotor on Mag 10 2008
Il buonsenso esiste a dispetto, e non a causa, dell’istruzione. (Victor Hugo)
Per quanto importanti possano essere, la forma e il lessico non sono i fattori da cui dipende la qualità di un (buon) racconto.
Durante un racconto, rapito nella furia della narrazione, lo scrittore viene trascinato dal flusso creativo, e tutti gli eventi si srotolano sotto le sue dita finché non arriva un ostacolo. La trappola della verosimiglianza, che lo scrittore si è creato con le sue stesse mani. Ma quest’ostacolo non va aggirato: bisogna affrontarlo.
Parlo di quei momenti della storia in cui interviene un fattore che contrasta, per colpa solo nostra, col nostro volere narrativo. Esempio:
Stiamo scrivendo un thriller (parlare sempre di fantasy scoccia
): il protagonista ha recuperato l’amuleto egizio perduto che andava cercando, e ora scappa dalla villa, ma si trova di fronte un cancello, e le guardie dietro.
Ora, poniamo una via: scavalca il cancello.
Mette l’amuleto in tasca, si aggrappa alle grate di ferro (ammesso che il cancello sia di ferro e con grate), arriva fin su e si getta dall’altra parte.
È una via plausibile, ma bisogna, prima di scrivere, analizzare certi aspetti: a) Il protagonista è ciccione e impacciato o magro e agile? Non ci vuole una laurea per scavalcare un cancello, ma non ci vuole nemmeno una laura per capire che la gente grassa tende ad essere poco agile. b) Il cancello, abbiamo posto di ferro, ha solo grate verticali? È più difficile scavalcarlo se non ci sono grate orizzontali in cui incastrare e poggiare i piedi. c) Le guardie quanto sono lontane? Sono armate? Ci sono ostacoli sul loro percorso? Se sono armate, spareranno. Se sono lontane, hanno più probabilità di sbagliare mira. Se ci sono ostacoli, perderanno più tempo e spareranno peggio. Ovviamente, è possibile che un colpo sparato a caso prenda in piena nuca il protagonista, così com’è anche possibile che il protagonista riesca a scavalcare e buttarsi dall’altra parte per poi slogarsi una caviglia e restare a terra.
Avremmo potuto porre altre vie. Il protagonista potrebbe essere armato, e per questo provare ad affrontare le guardie (se ci sono ostacoli dietro cui proteggersi, se è un discreto miratore, e se è scemo…)
Tuttavia, qualsiasi via scegliamo, ci saranno sempre ostacoli da affrontare. In realtà, è difficile che uno scrittore renda il proprio racconto davvero verosimile. Mi spiego: l’autore ha già una storia in mente, sa come procede e come finisce, dunque non c’è libero arbitrio per i personaggi, nell’universo da lui creato - ecco perché valuto utile scrivere solo parte della scaletta: una volta creati, i personaggi prendono vita e agiscono da sé.
Dunque, fissato il circolo entro cui l’azione del racconto si svolgerà, l’autore dovrà dare l’impressione che ciò che avviene sia ovvio e consequenziale alle azioni dei personaggi.
Tuttavia: se l’autore non ha una scaletta precisa, ma ha un’idea vaga di come si evolverà la storia, una volta trovatosi di fronte a ostacoli di coerenza non può aggirarli. Dare una padellata in testa non fa svenire manco un vecchio rimbambito: è un luogo comune e un non-uso di buonsenso. Così come le azioni al limite compiute da parte dei personaggi nel 90% delle storie, le azioni impossibili, come il salto del burrone verso la fine del film, o la donzella scema che spara a occhi chiusi e salva il buono dal cattivo che stava lì lì per freddarlo: tutto questo si chiama Idiozia nel primo caso, Deus ex machina nel secondo - ma è un’altra cosa, sebbene non molto distante da questa.
Quando s’incappa in queste situazioni, è sbagliato forzare la storia e farla andare così come avevate in mente. Questi ostacoli, quindi, devono necessariamente cambiare il procedere degli eventi, forse di poco, forse di molto, ma devono cambiarlo.
Lo stesso discorso degli avvenimenti vale per particolari più “tecnici”. Per esempio (e qui entra un po’ di fantasy), non ci vuole arte a capire che tagliare teste non è facile. Ricordo che stavo scrivendo un racconto, quando ero giuovane e scemo, e un personaggio si trovava a uccidere l’avversario, e pensai: “quanta forza ci vuole a tagliare via una testa?” Così, incredibilmente, usai un po’ di buonsenso, e continuai a pensare: “Le ossa sono resistenti, mettiamo che un braccio sia resistente quanto un ramo d’albero: per tagliare il collo bisogna attraversare muscoli e nervi, tutti abbastanza elastici, arrivare all’osso con abbastanza forza da dividerlo in due e continuare per la metà rimanente; considerato che se prendi un’ascia e provi a staccare di netto un ramo dall’albero non ce la fai, perché mai un individuo normale dovrebbe riuscire a staccare la testa al nemico?” Così, il personaggio uccise il nemico senza staccargli la testa.
Un altro esempio: se il protagonista della scena thriller precedente avesse cominciato a sparare, avremmo dovuto tener conto di quanto è bravo a maneggiare le armi da fuoco, del rinculo, e del tipo di arma che impugna. Ma visto che non è normale usare armi da fuoco tutti i giorni, e quindi non si può parlare di esperienza empirica, ci si affida al buonsenso e all’esperienze di diversa natura: film (possibilmente realistici), videogiochi, e soprattutto questi ultimi sono imitazioni abbastanza fedeli della realtà, mondi metafisici che, in un certo senso, non sono più falsi di quello in cui viviamo - ma questo è uno sproloquio che non c’entra.
È anche vero, però, che non sempre il buonsenso basta a rendere coerente il racconto, e che spesso ci vuole quella che io chiamo “impulsività (narrativa)“, di cui parlerò in futuro.
È tutto, grazie dell’attenzione.


Leave a Comment
You must be logged in to post a comment.